Chi è Nico Malingri? Il figlio d’arte del record Dakar-Guadalupa ci racconta di sé.

Raccontaci di te. Come e quando ti sei avvicinato al mondo della vela?

In mezzo alla vela ci sono cresciuto , con una famiglia e un papà così… diciamo che la passione è venuta per gradi ; fin da piccolo sono andato in barca a fare crociera, per me è una cosa normale, ha sempre fatto parte della mia vita e forse per questo non ha rappresentato da subito qualcosa di speciale, era la prassi, c’era la casa e c’era la barca. Per un bambino vivere la barca è molto divertente: ci si arrampica, si fa il bagno in un sacco di posti diversi, si sta in spiaggia, si vede il mare aperto. È che un bambino coglie sfumature diverse. Avendo sempre i genitori a proprio agio non coglievo la complessità e il rischio dell’andare a vela, l’emozione della conduzione; era normale come andare in macchina. Da piccolo mi piaceva per quello che era il mio punto di vista, il gioco sopratutto, il viaggio. E intanto c’era questa cosa dei Malingri, il papà era un navigatore famoso, il nonno e i suoi fratelli anche, tutte le storie del giro del mondo che avevano fatto mio padre e gli zii da piccoli. Una cosa di famiglia insomma, per quanto ancora non capissi bene cosa significasse andare a vela, fare le regate, attraversare gli oceani. E intanto crescevo, ed è cosi che a 12/13 anni ho iniziato d’estate a fare da mozzo a mio padre quando faceva scuola vela e charter nel mediterraneo; il tutto per raccimolare qualche soldo fondamentalmente. Siccome a casa non davano paghette, se volevi qualcosa te lo dovevi guadagnare; dai primi giocattoli fino alle biciclette, passando per i Gameboy, bisognava lavorare. Ovviamente erano lavoretti semplici come pulire casa, spazzare le foglie, portare la legna o fare da aiutante nei lavori dei grandi. Così ho iniziato a fare il mozzo su una barca di 72 piedi un paio di mesi all’anno, e così piano piano ho imparato a navigare. Prima andavo in barca da passeggero, ovviamente si aiutava: timona, tira quella cima, molla quell’altra, eccetera. Su Elmo’s Fire, così si chiamava la barca, ho finalmente iniziato a capire come funzionava. E comunque non è che fosse la mia passione, lo facevo perchè potevo e perchè mi tornava utile. Poi, verso i 16-17 anni, quando si faceva maggio o giù di lì e io ero a scuola, iniziava a venirmi voglia di barca. Avevo voglia di navigare, di staccare un po’. Ho iniziato a capire quanto valesse poter andare in barca, ho iniziato a volere una barca mia, a poterci portare i miei amici, le ragazze, invece di girare per lavoro col Vecchiaccio (Vittorio). E la passione cresceva, ho capito la bellezza della navigazione attiva, cioè più che altro l’ho sentita, ho iniziato a capire la complessità di andare in barca, come tutto funziona in relazione al resto, l’affrontare la natura e il mare ed il rispetto che gli è dovuto, l’energia degli elementi, la consapevolezza della potenza del mare e del pericolo che comporta, e pure la consapevolezza che con i giusti mezzi e l’esperienza si può usare quella forza per farla propria. Non è una sfida con il mare, lui avrà sempre la meglio.. è più una simbiosi con esso che ti mette in grado di muovertici dentro. La sfida è con se stessi. Tutto ti parla, tutto ti dà informazioni, dalle nuvole alle onde, passando dal più piccolo pezzo dell’imbarcazione fino al più insignificante dettaglio della costa. La navigazione è un arte e la sua complessità ne fa una sfida continua, per quanto poi sia semplice.  E poi ti dà una libertà incredibile capire che basta una barca per poter andare ovunque nei mari “con le proprie gambe”, è eccitante. Poter vedere posti nuovi, conoscere persone, pensieri e punti di vista diversi… viaggiare per me è il lusso più grande che c’è.  E poi l’adrenalina. Navigare in mezzo al mare grosso, planare sulle onde come una tavola da surf con barche da 20 metri, al lasco con gli ondoni ogni tanto sembra di stare su un campo da cross, hai il sorriso stampato sulla faccia e non ti vuoi staccare dal timone, con le braccia che ti bruciano e tu “ancora una… ancora una…”.

Altre passioni?

Ovviamente sì, molte legate anche alla barca stessa. La pesca subacquea, il kite, lo skate, la musica. Mi piace stare bene, lo sport e gli amici. Mi piacciono la velocità e l’adrenalina. Mi piace fare festa e ballare fino all’alba, mi piace passare il tempo con qualcuno con cui valga la pena. Le perdite di tempo sono inutili, la vita è breve e ogni secondo è prezioso. Più di tutti negli ultimi anni mi ha appassionato il surf da onda, penso sia lo sport più bello che ci sia. Racchiude al minimo l’emozione della barca, ci sei tu e una tavola, e c’è il mare. È un’ adrenalina fortissima, un’ onda di anche solo 1,5 metri esige tutto il rispetto che gli è dovuto. Ci vuole un gran feeling con l’acqua e un buon fiato, ma ti regala dei momenti di estasi. Cavalcare un’ onda che arriva da lontanissimo, riuscire ad andare a tempo con lei e sfruttare la sua energia per volare a trenta nodi su un pezzo di fibra con una parete di acqua di fianco che si muove e romba dietro di te, il tutto in costume da bagno… provare per credere!

Qual è stato il momento in cui hai deciso che avresti accompagnato tuo padre nelle sue avventure? Cosa ti ha spinto a farlo?

È stato fantastico avere la possibilità di partecipare a quest’avventura con Citroen, di sicuro non me la sono fatta scappare. Avevo già partecipato alla costruzione di Feel Good nel 2007 e spesso avevamo parlato di poterci riprovare in 2. Dopo aver navigato tanto in crociera la possibilità di correre era sicuramente allettante. Finalmente il potersi mettere alla prova, dimostrare con i fatti le proprie capacità. E poi che avventura! il Mediterraneo e poi l’Atlantico su un piccolo cat di 6 metri, come i polinesiani, accidenti! Per un marinaio è una sfida avvincente, la navigazione pura senza nessun fronzolo, due scafetti e una vela, una panca per sedersi… fine della barca. Tutti sono pronti a navigare su una bella barca confortevole, ma qui bisogna essere guerrieri. Eppure è divertentissimo, molto emozionante e fisicamente durissimo. È una sfida mentale con se stessi, bisogna avere chiare le proprie capacità di farcela e tenere sempre a mente i rischi, stare concentrati e non farsi distrarre dalle scomodità. Una sfida di endurance con il propio corpo per dimostrare a se stessi fin dove può arrivare il propio limite. A parte il risultato di questi record, il solo affrontare queste navigazioni con successo è un grande risultato per me, per il marinaio che sono, e non sto parlando del livello agonistico ma dell’arte marinara. Dimostra che sono un buon marinaio, che mi importa di più di essere un buon corridore. Il Marsiglia-Tunisi è stata una bellissima soddisfazione, e adesso l’Atlantico. Solo il fatto di arrivare, in un’impresa così, è il vero obbiettivo. Arrivare più veloce degli altri è la sfida. Da piccolo sognavo di vincere il Vandeè Globe, papà aveva dovuto ritirarsi quasi alla fine. Era la sua passione, lo vedevo un po’ come un conto da risolvere. Ora non mi faccio le stesse illusioni, sono più realista ma la voglia della sfida ce l’ho da sempre. La verità è che fare dello sport la propria vita è bellissimo.

Hai mai navigato in solitaria? Dove e quando?

Sì, ho fatto una navigazione in solitario, ho attraversato il Tirreno. Sono stati tre giorni bellissimi, in barca da soli si sta benissimo. Anche quando navigo con altre persone il mio turno preferito è in piena notte quando tutti dormono: un bel silenzio e il rumore delle onde. Non che non mi piacciano le persone, in isolamento non ci vivrei mai. Ma ogni tanto è bello prendersi un momento per se stessi e farlo in barca è ancora meglio. Comunque niente batte una bella crociera con dei buoni amici.

Come hai conciliato lo studio con la vela?

Ho finito le superiori e mi sono trovato davanti il bivio lavoro-università, volevo assolutamente la mia indipendenza e avevo la fortuna di essere un Malingri e in più andare in barca era l’unica cosa che sapessi fare discretamente (per lavorare, si intende). Non avevo nessuna materia o corso universitario che mi appassionasse più di tanto, e la prospettiva di dover dipendere dai miei genitori ( e quindi dovergli dare retta ) non mi piaceva proprio, così ho lasciato perdere. Non ci ho pensato un attimo e mi sono imbarcato col Vecchio a fare scuola vela a tempo pieno, facendo nel tempo 11 traversate oceaniche e un centinaio di migliaia di miglia, cosa che mi ha permesso di imparare veramente a navigare e che ha portato la mia passione per la vela al massimo, nonostante navigassi sempre con quel cagnaccio di mio padre, che per uno di 19 anni non è propio il massimo!

Com’è composto il vostro equipaggio di solito? C’è qualcun altro oltre a voi due?

Dipende dal periodo, quando lavoriamo di solito siamo noi due , prima di me c’era il Mauri (Maurizio Cazzini) che ha navigato molto col Vecchio, per me è come uno zio. Poi anche lo zio Cesar (Cesare Grassotti) che è attualmente nel team con noi in questa impresa Citroen, siamo arrivati insieme io e lui portando Huck Fin III dalla grecia fino a Dakar. Anche lui lo conosco da sempre , la prima volta si presentò a casa a Gubbio con un cespuglio di dread biondi, aveva più o meno la mia età (quella di oggi). Super sportivo mi ha iniziato a varie discipline come il surf, il kite e lo skateboard, grande Cesar (che si pronuncia Sisar); istruttore di Kite e di Surf, skipper di barche d’epoca, costruttore edile e combattente di kickbox, oltre che amorevole papà. Il Cesar era in giro col vecchio quando passando per l’Andalusia ha deciso che lì stava bene. e infatti ci vive ancora, da quasi vent’anni. Poi milioni di altre persone vengono in barca con noi: gli allievi, pezzi vari di famiglia (siamo un botto!), amici vari, gente incontrata durante il viaggio. Viaggiare è bello per quello. Sicuramente in una traversata oceanica esisteranno dei momenti difficili. Chi di voi è quello più tranquillo e chi invece cede di più? Noi non ci facciamo mai prendere dal panico, abbiamo una buona esperienza e siamo preparati ad affrontare quello che potrebbe arrivare, certo è che in momenti delicati ci vuole particolare attenzione e nè io nè il Vecchio abbiamo paura a ricordarlo agli altri mettendoci particolare enfasi. E anche nei momenti duri c’è poco da stare tranquilli, “Tranquillo è morto da un pezzo “.

Raccontaci un momento particolarmente emozionante ed importante che ti ha fatto crescere. 

Sono cresciuto molto, sia sportivamente che umanamente, quando sono diventato Capitano. La prima stagione da comandante mi ha insegnato cosa vuol dire sentire la responsabilità sulle spalle. Essere responsabili della sicurezza dell’intero equipaggio, e quindi di tutta l’imbarcazione, ha cambiato totalmente la mia visione della cosa: da sport a faccenda estremamente seria. Avere nelle proprie mani la vita degli altri ti cambia totalmente l’approccio, ti dà una maturità incredibile se ti rendi conto di questa cosa. Non sei più tu, devi prenderti cura e pensare a tutti quanti, decidere per loro, il che ti cambia il modo di pensare. E poi la responsabilità della barca, della navigazione, delle scelte tattiche, di qualsiasi problema che si presenta e devi risolvere. Un’ esperienza che è stata l’ultimo passo del mio percorso formativo per diventare un vero marinaio. Dalla Grecia fino ai Caraibi e ritorno, con il mio compare Andrea Monacelli, il mio migliore amico, una coppia fantastica! E ci è successo di tutto, qualsiasi condizione meteo, da 60 a 0 nodi. Problemi di ogni tipo, da un frenello rotto della timoneria fino ai serbatoi bucati il giorno prima della traversata di ritorno, passando per una 24 di cucito a mano per riparare il genova in mezzo all’Atlantico, il tutto risolto egregiamente e in autonomia. E poi le balene, la traversata record della barca da Capo verde a Guadalupa in 10 giorni, ho conosciuto la mia ultima ragazza, il concerto live di Jimmy Cliff. Un’ esperienza indimenticabile.

Quali sono i personaggi (nella vela e non) che stimi maggiormente? C’è qualcuno in particolare che è o è stato una sorta di idolo per te, o qualcuno in particolare che ti ha ispirato?

Ho grande rispetto per i primi grandi navigatori moderni, da Slocum a Dumas, gente con le palle, i veri precursori che hanno creato la vela moderna, persone che hanno dimostrato che il limite era un altro, che molto era possibile. Ma non ho mai avuto idoli in particolare, mi piace un sacco di gente. Musicisti di vario genere, sportivi di vario genere. Mi piace la gente che innova, che porta il livello più in alto, che crea qualcosa di nuovo,  che attraversa i limiti e scopre qualcosa di nuovo.

Se ci fosse qualcosa che ti differenzia da altri velisti, quale sarebbe? 

Forse tutte le ore di navigazione già alla mia età , ma sinceramente non saprei.

Qual è la tua “best skill”? quella cosa che ti viene meglio di tutte le altre?

Ma…..penso andare in barca, anche se faccio una tartare di tonno da perdere la testa, ma lì basta un buon tonno.